Diario

Diario primo giorno 06/01/2020

 

Siamo partiti nel tardo pomeriggio di domenica 5 gennaio, da Milano, con un transito ad Istanbul diretti a Beirut.
Arrivati al sorgere del sole, dopo esserci riposati per poche ore, ci siamo dati appuntamento alla reception per le 8 di mattina, e abbiamo dato il via alle missioni umanitarie dell’inverno 2020.
Giunti al primo campo profughi, chiamato Tajammo’ Al Da’ouq, ci siamo incontrati con gli altri ospiti del convoglio, tra i quali il presidente dell’associazione dei Palestinesi in Olanda ed altri. Con loro siamo entrati tra strette vie sovrastate da reticolati di cavi sospesi che rendono la vita nei campi ancora più pericolosa.
Siamo poi entrati in una sala in cui ci siamo presentati formalmente e abbiamo inaugurato la prima distribuzione di pacchi viveri e pane ad ogni abitante.
Le persone erano sorridenti e i bambini raggianti, provocando in noi grande emozione e soddisfazione. 
Quello in cui ci trovavamo non è descritto come “campo profughi” in quanto non è riconosciuto dall’agenzia UNRWA.
 
Dopo aver visitato il primo campo ci siamo avviati verso il secondo: Mokhayam Mar Elyas.
Anche qui, come nella maggior parte dei campi che abbiamo visitato, camminavamo negli stretti vicoli, in mezzo a case distrutte, e con centinaia di cavi di ogni tipo che oscillavano sopra le nostre teste, che ci obbligavano a fare molta attenzione a dove andare. 
Qui abbiamo visitato anche una famiglia che vive in una “casa” che a definirla tale è a dir poco un’esagerazione, costituita da una cucina di pochissimi metri e da una sala/camera da letto di spazio molto limitato.
Anche qui abbiamo presentato il nostro progetto, spiegando come avremmo poi reso gratuite tutte le medicine e ogni altra prestazione sanitaria.
 
Ci siamo poi diretti verso uno dei più importanti campi profughi, Burj Al-Barajneh: dove ci hanno accolti a braccia aperte. Qui abbiamo avuto una conversazione molto interessante con i rappresentanti del campo, parlando della loro vita e di quella di tutti gli altri profughi da quando sono entrati nel campo.
Ci siamo addentrati tra le vie in cui passavano tanti bambini che ci guardavano con sguardi raggianti, e siamo arrivati al negozio del fruttivendolo da cui abbiamo invitato tutti i passanti a prendere gratuitamente ciò di cui avevano bisogno: in un batter d’occhio il locale si è riempito, e ci siamo ritrovati in mezzo a urla e spinte – una situazione che ci ha molto commossi.
 
     
Nel frattempo, ci siamo disposti sul lato della strada, intervistando i bambini che passavano, facendo loro domande personali e sulla vita nel campo profughi. Questa esperienza ci ha molto emozionati
Ci hanno raccontato tutto ciò che sentivano dentro di loro, chiuso nel loro piccolo cuore, e che aveva bisogno di uscire fuori.
Ci hanno raccontato che, da quando sono nati, della Palestina hanno solo sentito parlare, e che non sanno neanche quale sia il paese da cui provengano. Hanno spiegato che in futuro vorrebbero uscire dal campo profughi, conoscere la vita e come funziona “là fuori”, come è fatto e visitare anche la loro terra, l’amata Palestina, camminare tra le sue strade, incontrare le persone e mangiare il suo cibo.
 
Ci hanno anche spiegato come nel campo ci sono molti omicidi e altri fatti pericolosi di cui hanno molta paura: per questo vorrebbero vivere una vita “normale”.