MISSIONE CONTINUA NEI CAMPI PROFUGHI NEL LIBANO MAGGIO 2022

MISSIONE CONTINUA NEI CAMPI PROFUGHI NEL LIBANO MAGGIO 2022

Davide Tripiedi 

_" _Furono le mosche a farcelo capire. Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l’odore[...]Gli assassini se n’erano appena andati. Dopo aver visto un centinaio di morti, smettemmo di contarli. In ogni vicolo c’erano cadaveri – donne, giovani, nonni e neonati – stesi uno accanto all’altro, in quantità assurda e terribile, dove erano stati accoltellati o uccisi con i mitra. In ogni corridoio tra le macerie trovavamo nuovi cadaveri. I pazienti di un ospedale palestinese erano scomparsi dopo che i miliziani avevano ordinato ai medici di andarsene. Dappertutto, trovavamo i segni di fosse comuni scavate in fretta. Probabilmente erano state massacrate mille persone; e poi forse altre cinquecento[...] Quello che trovammo nel campo palestinese di Shatila alle dieci di mattina del 18 settembre 1982 non era indescrivibile, ma sarebbe stato più facile da raccontare nella fredda prosa scientifica di un esame medico[...]Ma quei civili, a centinaia, erano tutti disarmati. Era stato uno sterminio di massa[...]un crimine di guerra[...]Nelle case c’erano donne stese con le gonne sollevate fino alla vita e le gambe aperte, bambini con la gola squarciata, file di ragazzi ai quali avevano sparato alle spalle dopo averli allineati lungo un muro. C’erano neonati – tutti anneriti perché erano stati uccisi più di ventiquattro ore prima e i loro corpicini erano già in stato di decomposizione – gettati sui cumuli di rifiuti accanto alle scatolette delle razioni dell’esercito americano, alle attrezzature mediche israeliane e alle bottiglie di whisky vuote. Dov’erano gli assassini? O per usare il linguaggio degli israeliani, dov’erano i «terroristi»? I miliziani avevano violentato e accoltellato le donne di Shatila e sparato agli uomini[...]Continuavamo a perderci di vista dietro i cumuli di cadaveri[...]e per non cadere mi aggrappai a una pietra rosso scuro che sbucava dal terreno. Ma non era una pietra. Era viscida e calda e mi rimase appiccicata alla mano. Quando abbassai gli occhi vidi che mi ero attaccato a un gomito che sporgeva dalla terra, un triangolo di carne e ossa[...]I morti cominciavano a diventare reali ai nostri occhi."_

Questo scriveva il grande giornalista *Robert Fisk* , quando tra i primi arrivò nei campi profughi di Sabra e Shatila a Beirut, dopo il massacro di migliaia di palestinesi nel settembre del 1982.

La mia missione si conclude proprio in questi Campi, che ho visitato oggi e dove ho potuto constatare come l’orrore di quel massacro aleggia ancora nell’aria. Si è depositato negli occhi di persone che conservano quel terribile ricordo. Il campo di Shatila, costruito inizialmente per accogliere 3.000 persone, adesso ne ospita oltre 15.000, che vivono in condizioni a dir poco precarie a causa della mancanza di acqua pulita, gli alti tassi di violenza nei confronti di donne e bambini e il sovraffollamento. Il governo libanese non concede diritto di cittadinanza a questi rifugiati di guerra e gli aiuti provenienti dalle organizzazioni umanitarie non sono sufficienti.

Un territorio dimenticato da Dio, dove si respira ancora l’odore di quei cadaveri che sono diventati un tutt’uno con questa terra. Dal lontano 1982 ad oggi, nulla è cambiato, perché come sempre a vincere è l’indifferenza storica.

Cos’altro aggiungere?

Nulla, se non un profondo invito alla riflessione, all’ascolto sincero, alla comprensione necessaria, al dialogo concreto. Il popolo palestinese vive e respira di milioni di cuori che a gran voce gridano alla vita, al ritorno al primo vero significato dell’ _humanitas_ , ovvero attenzione e cura benevola tra gli uomini, alla pace, alla libertà.

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